La Savana degli schiavi sull’isola di Martinique

La ricostruzione di un villaggio di schiavi e della loro vita sull’isola delle Antille Francesi.

Tempo di lettura: 4 min.

L’idea di Gilbert Larose, discendente di schiavi africani nei Caraibi.

Il fondatore di Slave Sananah, Gilbert Larose

Visitare la Savana degli schiavi, La Savane des Esclaves, è come fare un tuffo autentico nel passato e nella storia della schiavitù sull’isola di Martinique. Il fondatore è Gilbert Larose, un giovane discendente da una famiglia ridotta in schiavitù. Senza ricevere alcun sostegno, almeno secondo il suo racconto, è riuscito a ricostruire un’ intero villaggio di schiavi, così come era concepito fino alla metà del 1800, quando finalmente la schiavitù fu abolita.

schiavi abolizione

Raggiungere il villaggio

La Savane des Esclave si trova a sud ovest di Martinique, nel distretto Les Trois-Ilets. Lontano dalle zone più prettamente turistiche.

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Gilbert ha dedicato risorse, tempo e tanta passione per ricostruire il luogo in cui vissero i suoi antenati fino al momento in cui ritrovarono la libertà, nel 1848.

Gilbert Larose

Il villaggio si estende su un’area di oltre 2 ettari. Le dimore sono riprodotte in maniera precisa come nel passato con strutture in legno intrecciato ed il tetto in foglie di palma o canna da zucchero.

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In Martinique, gli schiavi venivano impiegati soprattutto nella coltivazione di cacao, banane, caffè e canna da zucchero. La maggior parte degli schiavi proveniva dalle coste occidentali dell’Africa. I mercanti ed esploratori europei, raggiungevano le coste africane portando sulle loro navi merce ed oggetti di poco valore. Queste merci venivano scambiate sul mercato africano in cambio degli schiavi. Caricati sulle navi, più della metà degli schiavi moriva durante il viaggio verso le coste americane e delle isole caraibiche. Un viaggio che durava dai tre ai quattro mesi, in condizioni disumane.

Giunti nei Caraibi, gli schiavi venivano venduti in cambio di spezie e metalli preziosi. Dopo la scambio i mercanti riprendevano la rotta verso l’Europa per completare il loro viaggio dopo un periodo totale di oltre un anno e mezzo.

Questo lungo viaggio era definito il triangolo del commercio. Dall’Europa all’Africa, dall’Africa all’America e dall’America nuovamente in Europa.

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Le capanne della Savana

Le capanne erano piccolissime ed offrivano riparo e ristoro a tre o quattro schiavi, durante le poche ore in cui non erano costretti a lavorare. In una di queste capanne, Gilbert ha costruito un museo storico per raccontare la vita degli schiavi, attraverso gli strumenti che usavano nei campi, i pochi pezzi di stoffa che ricevevano per coprirsi ed alcune statue in legno che riproducono gli schiavi con le loro caratteristiche somatiche.

schiavi Savannah

Una statua in particolare rappresenta le torture a cui erano sottoposti gli schiavi che cercavo di fuggire. Al primo tentativo veniva tagliato un orecchio e si forgiava a caldo il marchio regio su una spalla. Al secondo tentativo, veniva tagliato l’altro orecchio ed il marchio veniva impresso sull’altra spalla. Al terzo tentativo veniva tagliata una gamba mentre la quarta volta lo schiavo veniva ucciso. Dopo l’uccisione, veniva decapitato e la testa era esposta nel mezzo del villaggio come monito  per tutti gli altri schiavi.

schiavi riproduzioni

Le piantagioni della Savana degli schiavi

Tutte le piante sono coltivate nel villaggio senza l’uso di prodotti chimici, fertilizzanti e pesticidi. E’ possibile ammirare frutti stagionali come ananas, guava, patata dolce e banane. Inoltre nel giardino sono state coltivate diverse piante medicinali tipiche dei Caraibi. Per centinaia di anni queste piante sono state e sono ancora oggi, di vitale importanza per le popolazioni caraibiche.

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Naturalmente non potevano mancare numerose piante dell’albero del pane, spesso per gli schiavi unica fonte di nutrimento. L’albero del pane fu importato nei caraibi dagli inglesi, con lo scopo di costituire il cibo primario dei lavoratori dei campi. Le piante dell’albero del pane sono le stesse caricate in gran numero sul famoso vascello mercantile  “Bounty”, e furono la causa principale dell’ammutinamento del suo equipaggio, come raccontato nel romanzo di Charles Bernard. A questo romanzo si ispira anche la pellicola “Mutiny on the Bounty” (“Gli ammutinati del Bounty”), del 1962.

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